“Finalmente” secondo capitolo
Un bacio travolgente, con un’affinità e una passione che mai avevo provato prima, mi riaprì le porte del suo cuore. Fu un istante breve, forse, ma capace di ribaltare giorni, pensieri, paure. In quel bacio c’era tutto ciò che avevamo perso e tutto ciò che avevamo ancora il timore di desiderare.
Per un attimo pensai che la tempesta fosse passata. Mi illusi che il cielo sopra di noi si fosse schiarito per davvero, che potessi finalmente godermi il sole, il suo calore, la sua luce, il suo modo di farmi sentire vivo come nessun’altra cosa. Ma proprio mentre restavo sospeso in quella sensazione, lei si staccò appena, mi guardò negli occhi e con un filo di voce disse:
“Ricordati che sei sposato… e lo sono anch’io.”
Fu come sentire una lama fredda attraversarmi il petto. Non aveva torto. Lo sapevo. Ma quel richiamo improvviso alla realtà, così netto, così tagliente, mi fece arretrare di colpo dentro me stesso. Era la prima volta, forse, che avvertivo quanto fossimo vicini al punto di non ritorno.
Lei continuò, quasi temendo che il silenzio potesse ferire più delle parole stesse:
“Per adesso siamo ancora in tempo. Non è successo nulla di irreparabile. Ma se andiamo avanti… non si potrà più tornare indietro.”
Era questo che non voleva: essere la frattura nella mia vita, o nella sua. Era questo che la spaventava.
Eppure… nei suoi occhi — quegli occhi tristi, profondi, che sembravano chiedere e negare allo stesso tempo — si vedeva chiaramente che anche lei lo desiderava.
Che anche lei, come me, stava lottando tra ciò che doveva e ciò che voleva.
Così annuii. Le diedi ragione. Le promisi, almeno in apparenza, di restare dentro quei confini che lei stessa cercava di proteggere.
Ma dentro di me… dentro di me il pensiero era un altro, ostinato, incessante, impossibile da zittire:
Se avessi avuto un po’ più di coraggio…
Quel tipo di coraggio che non salva le vite, ma le sconvolge. Quello che non costruisce, ma brucia tutto per ricominciare. Quello che spaventa più della paura stessa.
E mentre lei tornava a distogliere lo sguardo, io capii che eravamo entrambi sospesi nello stesso punto: un equilibrio fragile, pericoloso, in cui il desiderio e il dovere si sfioravano come due fiamme troppo vicine.
Bastava un soffio. Un secondo bacio. Un “resta”.
Bastava niente per cambiare tutto.
Rimasi immobile, il cuore che batteva all’impazzata, cercando di capire cosa fare. Lei era lì, davanti a me, così vicina da poter sentire il suo respiro, così lontana da non poterle permettere nulla. Ogni sua esitazione, ogni piccolo movimento, parlava più di mille parole.
Non c’erano urla, non c’erano richiami. Solo un silenzio denso di significati, di desideri non detti, di paure reciproche. Era come se in quell’istante il mondo intero si fosse fermato, lasciandoci sospesi tra ciò che volevamo e ciò che dovevamo.
Cercai di parlare, ma le parole si incepparono in gola. Avrei voluto dirle tutto: quanto mi mancava, quanto la desideravo, quanto il tempo senza di lei fosse un’agonia. E invece mi limitai a prenderle la mano, stringerla leggermente, e guardarla senza fretta, senza pretendere nulla.
Lei, dal canto suo, non si ritrasse. Rimase lì, in silenzio, e per un momento quei nostri occhi che si cercavano dicevano tutto ciò che le parole non potevano. C’era un accordo silenzioso tra noi: non avremmo oltrepassato i limiti imposti dalla realtà, ma non ci saremmo nemmeno ignorati.
In quel silenzio, compresi che il nostro legame era più di un bacio, più di un gesto. Era una connessione fatta di sguardi, di pause, di comprensione reciproca. Era qualcosa che cresceva lentamente, alimentata dalla pazienza e dal rispetto dei confini.
Eppure, mentre cercavo di controllare la mia impazienza, una parte di me continuava a ribellarsi. Non era rabbia, non era frustrazione. Era la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcuno che ti capisce come nessun altro, e il dolore di dover trattenere l’istinto naturale di avvicinarsi ancora di più.
Restammo così, a parlare piano, a scambiarci piccoli sorrisi e battute leggere. Ogni parola, anche la più insignificante, aveva un peso enorme. Era il filo invisibile che teneva uniti i nostri mondi separati.
Quando ci salutammo, sentii un vuoto improvviso nel petto. Ma insieme a quel vuoto c’era una strana sensazione di speranza: sapevo che, se avessimo avuto pazienza, se avessimo rispettato i tempi e gli spazi reciproci, quel legame avrebbe resistito. E forse, un giorno, senza fretta, senza pressioni, avremmo potuto vivere quel desiderio senza paura di perdere ciò che già avevamo costruito.
Quel giorno imparai una cosa fondamentale: a volte amare significa restare, anche quando tutto dentro di te urla di andare oltre. E forse era proprio questo coraggio silenzioso, questa attesa rispettosa, a rendere il nostro legame unico e destinato a durare.
"Il tuo abbraccio"
Poesia tratta da “(D)io sa”
di Salvatore Ambrosino pag
Forse stavo perdendo l'occasione della mia vita di essere felice, ma avevo paura. Trattavo male mia moglie, la madre dei miei figli e la nonna dei miei nipoti, e la vedevo come un ostacolo alla mia felicità. Quella non era vita per nessuno; stavo rischiando di perdere l'amore della mia vita – quella che tutti i giorni mi accudiva, mi sopportava e mi supportava – per qualcosa che forse non sarebbe mai arrivata. Mia moglie mangiò la foglia e capì che c’era qualcosa in me che mi faceva soffrire, che mi rendeva nervoso, che mi agitava e non mi faceva dormire. Non ero capace di nascondere i miei umori, i miei sentimenti, quello che avevo dentro di me. Quando rimanevo solo, piangevo, piangevo nella speranza che quel dolore si placasse e mi chiedevo: “Ma perché la vita ti pone davanti a queste prove? Perché devo conoscere una persona incredibilmente dolce, stupenda, unica e non posso averla?”
Lo so che se fossi stato solo, l’avrei conquistata. Lo so che questa storia ha del grottesco, ma è la mia storia. Non riesco a recuperare un po' di serenità; ogni giorno è peggio del precedente e non riesco a smettere di pensarla. Per lei, con gli uomini, era un capitolo chiuso; aveva le sue figlie, che bastano a riempirle il cuore di soddisfazione e le giornate. Non le interessava nient'altro, però quando mi guardava sapevo che non era così. Anche a lei dispiaceva, ma aveva una forza interiore tale da non cadere e non farmi cadere in tentazione. Amanti platonici, direi, per buona parte virtuali: lo siamo stati fin da subito, al primo contatto, ma entrambi legati ad altri. Io ero pronto a tradire concretamente, Analiù continuava a dire di no.
“Il motivo?”
Non se la sentiva di dare continuità al nostro rapporto e nello stesso tempo non riusciva nemmeno a staccarsi da me; anzi, diceva: “Tra noi finirà solo quando avrai la forza di dire basta oppure di non rispondere ai miei messaggi.”
Questo perché lei non ci riusciva a farne a meno, e io facevo altrettanto. Per lei, ero, sono e resto il suo amico fedelissimo. Quando eravamo insieme, sentivo che tra noi era speciale, la vedevo sorridere, star bene e sentivo che mi amava, ma poi continuava a dirmi di no, a farmi soffrire. Allora pensavo che mi sbagliavo su tutto. Su di lei, su di me, e che se fosse stato vero amore, al di là dei problemi e di qualsiasi altra cosa, non si sarebbe comportata così. Riconosco di aver sbagliato a dichiararmi. Lei sapeva di non perdermi mai e, forte di questa certezza, faceva il tira e molla. Non la vedo ormai da più di quindici giorni; provo vergogna, rimorso, pentimento. Vergogna per come mi sono comportato con lei, che ha dovuto sopportare tutti i miei vaneggiamenti. Lei è una donna libera, ha da poco firmato la sentenza di divorzio. Sono io quello sposatissimo; che cosa avrei dovuto fare? Quando io per primo ammettevo che tutto questo era impercorribile, dentro di me forse speravo che lei facesse un passo in più, che mi avrebbe aiutato a capire quanto veramente le importava di me. Ma lei se ne è guardata bene fin dal primo momento: non voleva e non vuole avere un matrimonio sulla coscienza. Rimorso, tanto rimorso, perché non le potevo neanche permettere di essere nostra amica. Mia moglie la conosceva e, come già detto, aveva intuito fin da subito che tra noi c’era un sentimento e, quando ne ha avuto occasione, la trattava male e la teneva a distanza. Pentimento perché sono sicuro che avrei potuto far felice questa donna e, a sua volta, lei avrebbe fatto sicuramente felice me. E tutto questo è perso per sempre. Conoscere Analiù mi ha stravolto la vita dal primo giorno; non riesco a darmi pace, non riesco a tornare alla normalità, non riesco a fare una carezza a mia moglie perché mi sembra di togliere qualcosa a lei.
Non sono stato capace di prendere una decisione; l'ha presa lei per me. Non mi capiterà mai più niente del genere; non conoscerò mai più un'altra persona come lei.
Ho davanti un lungo e triste periodo senza poter vedere Analiù, il mio amore impossibile; ormai lo definisco così perché, dopo quello che mi disse, capisco che non c'è via d'uscita. Sono diventato arido con mia moglie; questo è ingiusto perché lei non c'entra niente e, se la perdo, non so che fine potrei fare. Ma purtroppo, in questo momento, sono arrabbiato e deluso di me e di tutto; mi vergogno. Ho una bella famiglia, la salute e non ci manca niente; c'è gente che farebbe volentieri cambio con me, ma io non riesco più ad apprezzare niente. Mi sembra che l'unica cosa bella nella mia vita sia lei, la donna di cui mi sono innamorato, Analiù, la donna che mi fa battere il cuore come un ragazzino. Lo so che devo dare un colpo di spugna e non pensarci più, ma mi sembra di subire una bruciante sconfitta: ritornare almeno a voler bene a mia moglie, almeno quanto le volevo bene prima, rinunciare a quelle emozioni che solo il mio amore impossibile mi ha regalato in questi mesi mi sembra qualcosa di insormontabile.
Quanto sto facendo bene o quanto sto sbagliando con me e con gli altri? Ci vuole più coraggio a rimanere con i propri cari o a buttar tutto all'aria inseguendo solo il proprio cuore? Forse se questa storia con questa persona avesse avuto il giusto decorso, avrei capito di più; magari avrei anche capito che poi non mi piaceva così tanto, o veramente non sarei più tornato a casa, ma così non è stato. Del resto, per fare dello stupido virtuosismo, io stesso più volte le ho detto che era tutto troppo complicato, ma ora mi mangio le mani fino ai gomiti. O magari non sarebbe cambiato niente lo stesso. Non so più niente; continuo a rivivere da solo i brevi momenti trascorsi insieme, tutto quello che le ho detto e che lei mi ha detto, cercando di capire veramente come la pensava su di noi. Non la vedrò per un mese, forse due, forse. Mi faccio tanta pena; non capisco come ho fatto a ridurmi così. Mi sono innamorato, questo mi è successo, tutto qua.
Dovrei fare anch'io un viaggio, sì, devo parlare con mia moglie e dirle che in questo periodo non mi sento bene e ho bisogno di fare un viaggio da solo, lontano da tutti. Non devo pensare nemmeno per un momento di andare a cercare la donna che credo di amare, convincendomi che è solo una voglia di cambiamento concretata; necessita un viaggio rigorosamente da solo. Ho intorno troppi stimoli, devo assolutamente ripulirmi. Devo avere tempo per pensare, magari anche per soffrire. Devo avere tempo per me. Non so che pesci prendere, e allora è meglio non prendere pesci per evitare di sbagliare e partire. Una decina di giorni di ferie, assolutamente da solo, solo con i miei dubbi e le mie indecisioni, ma anche le mie fantasie idealizzanti nei confronti di Analiù. Ho bisogno di staccare, di uscire dagli schemi abitudinari. Nessuno può dirmi cosa fare ora, se faccio bene o male a fare una scelta invece di un'altra. Devo poter scegliere quello che è bene per me, ma se non mi prenoto una pausa, la mia decisione verrà senz'altro sporcata da tutto quel vortice emotivo che ho intorno. Non so, la mia vita è forse troppo normale per includere un passo così importante, sicuramente terapeutico e da fare. Ripeto, sarebbe sicuramente terapeutico e certamente da fare, però in questa fase non credo sia attuabile. Per ora mi accontenterò, come astrazione, di quei momenti in cui sono solo in macchina, che mi servono per pensare, parlare con me stesso e piangere. La mia anima fragile e confusa. Dovrei partire; effettivamente lo farei se non fosse per la mia famiglia, il lavoro, i nipoti. È una sofferenza vivere a metà, è come se ci fossero due me stessi in me: uno che vuole stabilità, una vita normale, e l'altro che pensa:
“Posso accontentarmi? Posso fare a meno di quella passione che mi brucia dentro e mi fa sentire vivo?”
Mi bastarono tre giorni per capire che l'immobilismo era un lusso che non potevo più permettermi. Continuare a galleggiare in quel brodo di colpa, desiderio e autocommiserazione mi stava trasformando in un fantasma per la mia stessa famiglia. Il mio silenzio era diventato più rumoroso di qualsiasi litigio; mia moglie, ferita e confusa, si muoveva in casa con la cautela di chi teme un’esplosione imminente.
"Devo partire," le dissi una sera, mentre sparecchiavamo. Il tono era basso, piatto, quasi burocratico. Non era una richiesta, era un comunicato. Lei si fermò, tenendo in mano un piatto a metà tra il tavolo e la lavastoviglie. I suoi occhi, stanchi e persi, mi fissarono. "Dove?" "Non lo so. Lontano. Solo. Ho bisogno di staccare. Sono... stanco. Stressato." La bugia era così sottile che le bruciò gli occhi. Non era stanchezza, era Analiù. Lei lo sapeva. Non disse una parola su questo, ma il suo silenzio era un atto d’accusa più tagliente di qualsiasi rinfaccio.
"Quando torni?" chiese solo, riponendo il piatto con un rumore secco.
"Dieci giorni. Forse dodici."
Acconsentì. Forse, nel suo cuore di moglie e madre, sperava che la distanza fisica potesse spezzare il legame invisibile che ci teneva separati. O forse, più semplicemente, era stanca anche lei di convivere con la mia ombra.
Partii senza meta, senza un'emozione forte, guidato solo dal bisogno viscerale di allontanarmi da quei muri che imprigionavano il mio tormento. Presi la macchina e puntai verso nord, verso le montagne, verso un luogo dove il silenzio potesse essere profondo quanto il mio vuoto. Trovai un piccolo albergo anonimo, immerso nel grigio di un paesaggio autunnale umido. Era perfetto. Non c’era nulla di stimolante, nulla di romantico, solo il rumore della pioggia battente e i miei pensieri.
Fu in quel rifugio che mi permisi finalmente di piangere senza fretta, senza nascondermi. La mia decisione di partire era stata l’unico atto di coraggio che avevo compiuto in mesi. Ma lì, solo con la mia pena, il coraggio si esaurì e rimase solo la sofferenza. Non c’era la passione di Analiù, non c’era il conforto forzato della mia famiglia, c’era solo il me nudo e crudo, che si chiedeva ancora e ancora:
Perché non hai avuto il coraggio di afferrare quel momento?
Il dubbio mi consumava. Se fossi stato coraggioso, se avessi fatto il passo, forse ora avrei una risposta. Magari Analiù avrebbe ceduto, avremmo vissuto la nostra storia e avrei scoperto se quel sentimento era davvero così grande da valere la distruzione della mia vita. O magari avrei scoperto che era solo un’illusione, un'idealizzazione nata dalla noia e dalla frustrazione. Ma così, nell'incertezza, il desiderio per lei era destinato a crescere, protetto e ingigantito dall’essere impossibile.
Quella notte, l'unica cosa che ruppi fu il mio voto. Presi il telefono, con il cuore che batteva forte come quando ci eravamo baciati, e le scrissi:
“Mi manchi.”
Sapevo che stavo sabotando il mio stesso viaggio terapeutico, stavo sporcando la mia pausa. Ma il bisogno di sentire la sua presenza, anche solo in un messaggio, era più forte della volontà di "ripulirmi". Non volevo guarire, volevo solo continuare a bruciare, perché quel fuoco, per quanto doloroso, era l'unica cosa che mi faceva sentire vivo.
Mi addormentai con il telefono in mano, aspettando una risposta che avrebbe potuto salvare o dannare per sempre quei dieci giorni di solitudine.
Mi svegliai per un rumore: non era la notifica tanto attesa, ma il telefono che mi scivolava dalla mano e atterrava, con un tonfo ovattato, sul tappeto. Non aprii subito gli occhi. Li tenni stretti, intrappolato in quel limbo tra il sogno e la realtà, dove per un attimo ero ancora a casa sua, o forse ero già al sicuro, guarito, lontano da tutto.
Poi, la realtà. Il buio della stanza solitaria e il ricordo della frase sussurrata alle quattro del mattino: “Mi manchi.”
Allungai una mano tremante per recuperare il telefono. Il respiro mi si bloccò nel petto, un peso freddo. C’era la schermata di blocco. Nessuna notifica visibile.
Sbloccai. L'app di messaggistica era in primo piano. Nessun pallino verde, nessun "sta scrivendo...". L'ultimo messaggio era ancora il mio. Ore 03:47. Mi manchi.
Mi alzai, muovendomi come un sonnambulo, e andai alla finestra. Il sole non era ancora sorto, ma l'aria era di quel grigio freddo che precede l'alba, promettendo un altro giorno di luce sbiadita. Guardai la città deserta e capii.
Non era arrivata una risposta. E il suo silenzio era molto più rumoroso e definitivo di qualsiasi parola avrebbe potuto scrivermi. Non era indifferenza. Era una scelta. La stessa che io avrei dovuto fare e che avevo appena sabotato. Lei era rimasta fedele alla nostra pausa, al nostro patto non detto di non cercarci.
Il mio voto rotto non aveva prodotto nulla, se non la prova che la mia dipendenza era più forte della sua. E quel fuoco, che la notte prima mi aveva fatto sentire vivo, ora si era ritirato, lasciando dietro di sé solo cenere amara e la consapevolezza che, per la prima volta in dieci giorni, mi sentivo davvero solo.
Mi appoggiai al vetro freddo. Inviare quel messaggio non mi aveva salvato né dannato; mi aveva semplicemente riportato al punto di partenza, ma con la consapevolezza che la guarigione sarebbe stata un viaggio in solitaria, un percorso dove lei non avrebbe tenuto la mia mano, neanche virtualmente. Dovevo ricominciare. Ma stavolta, con un giorno in meno e una cicatrice in più.
Cosa succede ora? Decide di cancellare il messaggio e far finta di niente, oppure accetta il silenzio e si impegna di nuovo nella pausa?
...e penso a te ( secondo capitolo testo di Ambro